CONSIDERAZIONI A MARGINE DELLA LETTURA DELLA POESIA " ELOGIO DI UNA ROSA" DI MARINO MORETTI (Barbara Spadini)

LETTERATURA ITALIANA

23 Marzo 2021


Considerazioni a margine della lettura della poesia “Elogio di una rosa” di Marino Moretti

 

(Barbara Spadini)

Elogio di una rosa


Rosa della grammatica latina
che forse odori ancor nel mio pensiero
tu sei come l’immagine del vero
alterata dal vetro che s’incrina.

Fosti la prima tu che al mio furtivo
tempo insegnasti la tua lingua morta
e mi fioristi gracile e contorta
per un dativo od un accusativo.

Eri un principio tu: ma che ti valse
lungo il cammino il tuo mesto richiamo?
Or ti rivedo e ti ricordo e t’amo
perché hai la grazia delle cose false.

Anche un fior falso odora, anche il bel fiore
di seta o cera o di carta velina,
rosa della grammatica latina:
odora d’ombra, di fede, d’amore.

Tu sei più vecchia e sei più falsa, e odori
d’adolescenza e sembri viva e fresca,
tanto che dotta e quasi pedantesca
sai perché t’amo e non mi sprezzi o fori.

Passaron gli anni: un tempo di mia vita.
Avvizzirono i fior del mio giardino.
Ma tu, sempre fedele al tuo latino,
tu sola, o rosa, non sei più sfiorita.

Nel libro la tua pagina è strappata,
strappato il libro e chiusa la mia scuola,
ma tu rivivi nella mia parola
come nel giorno in cui t’ho “declinata”.

E vedo e ascolto: il precettore in posa,
la vecchia Europa appesa alla parete
e la mia stessa voce che ripete
sul desiderio di non so che cosa:

Rosa, la rosa
Rosae, della rosa…

(in: M: Moretti,Poesie, Treves 1919)

Marino Moretti non terminò gli studi classici alla ricerca di altre mete nell’ambito del teatro, che si rivelarono, però, deludenti ed inadeguate alla sua personalità. In questa lirica il poeta rivolge il suo pensiero ad un ricordo di scuola, che coniuga il fiore dei poeti, la rosa, fior d’amore- celebrato e innalzato a simbolo di purezza e-o di passione in una contraddittoria ed ardente sequela di poesie e descrizioni- al latino degli studi classici incompiuti: il fiore diventa declinazione, la prima, imparata a memoria per uno scopo che appare ancora recondito al poeta stesso, nell’interrogarsi circa l’utilità di una lingua morta. Morta la lingua latina, chiusa la vecchia scuola, terminata l’adolescenza, la rosa- però- è ancora lì, che spande un profumo di ricordi alterati dalle lenti della memoria, di giovinezza avvizzita insieme a speranze, desideri, sogni e che ha un aroma falso, falso perché ingannevole: la vita adulta non è come la si immaginava allora.

La rosa non è sfiorita né cambiata, fedele a se stessa: appare cristallizzata in un principio, in un atto di fede, in quella declinazione sempre uguale, ieri come oggi.

Cambia l’uomo, che cresce, invecchia, lotta contro il proprio tempo a termine, sfaldandosi in mille incrinature di dolori, delusioni, perdite, disincanti e pessimistiche visioni. La rosa no, è sempre ros-a, ros-ae, ros-ae, ros-am,ros-a, ros-a…

Questa poesia è davvero “crepuscolare”, suggestiva, malinconica e quasi appannata, come ciò che si vede da una finestra la cui visuale è  parzialmente offuscata dai vetri intrisi di condensa: e così, il poeta, spettatore di se stesso, si rivede giovanetto, nel banco di scuola e ne scrive una lirica tanto simile ad un disegno  tracciato col dito, su quel vetro velato.



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