SANGUE DEI VINTI IN SARDEGNA: IL PROF. MURGIA ASSASINATO DAI COMUNISTI DI GUSPINI (Angelo Abis)

STORIA

2 Aprile 2020


Sangue dei vinti in Sardegna: il professor Murgia assassinato dai comunisti di Guspini

(Angelo Abis)

La sera del 30 agosto 1947, nella piazza adiacente la chiesa di San Nicolò a Guspini, il professor Antonio Murgia, libero docente della Facoltà di Medicina, nonché direttore dei laboratori di igiene e profilassi della provincia di Cagliari, si attardava a chiacchierare col medico condotto del paese Giovanni Camoglio e col geometra Silvio Saba. All’improvviso, verso le 21,15, una mano ignota staccò la corrente che alimentava l’illuminazione della piazza e, in contemporanea, uno sconosciuto lanciava un potente ordigno esplosivo (una bomba a mano offensiva “Breda”) contro i tre. Per Murgia non ci fu nulla da fare: morì all’istante dilaniato dall’esplosione, Camoglio rimase accecato a un occhio, mentre Saba riportò ferite di minore entità.

Per caso assistette alla scena il carabiniere Francesco Spanu che inseguì l’attentatore, sparando e riuscendo anche a ferirlo, costui comunque lanciò una seconda bomba a mano, ferendo il carabiniere e, in maniera lieve, una bambina di otto anni e un anziano. Il delitto era di chiara matrice politica, avendo per oggetto il medico Antonio Murgia, figura di grande prestigio nel circondario di Guspini. Valoroso ufficiale della Brigata Sassari, grande invalido di guerra e pluridecorato, fu fondatore e massimo esponente del Partito sardo d’azione nel centro minerario. Aderì al fascismo nel 1923, ufficiale della Milizia, ricoprì incarichi politici nel partito e nella pubblica amministrazione. Caduto il fascismo, fu sospeso dall’incarico e privato dello stipendio di direttore sanitario dei laboratori di igiene e profilassi della provincia di Cagliari con l’accusa di aver avuto tale incarico per meriti politici. Assolto, fu reintegrato in servizio.

Le indagini sull’omicidio inizialmente brancolarono nel buio: il delitto sembrava irrisolvibile. Nessuno aveva visto l’attentatore. Uno dei tanti delitti politici irrisolvibili che ancora nel 1947 insanguinavano le contrade italiane. Sennonché i comunisti nel tentativo di sviare le indagini, commisero errori madornali. Il sindaco comunista Eugenio Saba arrivò in piazza un’ora e mezzo dopo l’attentato («pallido, sconvolto e costernato», raccontano le cronache) ed avvicinò il maresciallo dei carabinieri Lecis, facendo il nome del presunto assassino: un certo Luigi Tuveri. Il giorno successivo al delitto, domenica 31 agosto, il Sindaco, accompagnato dal senatore Velio Spano e dal dirigente del Pci, Giovanni Lay, si presentò in caserma, chiedendo di parlare col commissario Savastano: Tuveri venne indicato come autore del delitto perché conservava rancore nei confronti dell’ucciso per un appalto di ghiaia che non era riuscito ad ottenere. L’indomani, venne arrestato.

I comunisti, però, ignoravano chi fosse Savastano, piombato a Guspini da Iglesias per prendere in mano le indagini su mandato della Questura di Cagliari. Il Commissario vantava un brillante curriculum per aver operato sino al 25 luglio 1943, in veste di commissario dell’Ovra (la polizia segreta fascista) a Cagliari e si era reso famoso come abilissimo, ma ‘rude’ investigatore. Epurato, fu poi riammesso in Polizia a seguito dell’amnistia Togliatti del 1946. Intanto, nel cimitero di Guspini (nell’arco di ingresso campeggiava la scritta “fascisti prenotatevi”) venne tumulata la salma del professor Murgia e giunse ai famigliari un telegramma dell’onorevole Emilio Lussu: “Rientrato in città apprendo solo ora tragica fine di Antonio Murgia, prego gradire espressione mio grande cordoglio per ingiusta fine, onesto cittadino, valoroso combattente”. Nei giorni successivi, inaspettatamente, il maresciallo Lecis arrestò il vero attentatore, che, alla vista dei carabinieri, benché ferito ad una gamba, cercò di fuggire ma venne rincorso e bloccato. Si tratta di Virgilio Mannai, operaio di 34 anni, capo cellula del Pci ed ex camicia nera della Milizia antiaerea. Debitamente ‘torchiato’ dal commissario Savastano, confessò le proprie responsabilità, facendo il nome dei mandanti: il sindaco Saba, l’assessore Giulio Fanari e il dirigente del Pci Luigi Sanna.

L’8 settembre, mentre Tuveri viene scarcerato, ci fu l’arresto dei tre esponenti del Pci per concorso in reato di strage. Per avere un’idea del clima che si respirava nella cittadina mineraria in quegli anni, ecco un resoconto, dal titolo “Il movente politico del delitto di Guspini – Il sindaco e un assessore sono stati tratti in arresto”, pubblicato sul quotidiano “L’Unione Sarda” del 9 settembre 1947: «Per la prima volta a Guspini la giustizia colpiva: a testa bassa, ammanettati passavano i turbolenti protagonisti di due anni di disordini, di agitazioni, di violenze. Quelle stradette deserte avevano conosciuto l’urlo feroce delle dimostrazioni di piazza, il rombo della dinamite a notte alta, le vittime designate inseguite e percosse a sangue, i giovani dell’Azione Cattolica malmenati, le maestre insultate e svillaneggiate perché non avevano permesso che a scuola i bimbi cantassero gli inni comunisti. Dietro quelle imposte si erano compilati gli elenchi delle vittime da eliminare». Il processo si tenne ad ottobre 1949, presso la Corte d’Assise di Cagliari, e chi diede il colpo di grazia al sindaco Saba, rappresentato dalla difesa come un bonaccione e un moderato, fu il futuro biografo di Gramsci, Berlinguer, Lussu e dell’anarchico Schirru, nonché senatore comunista, il giornalista e scrittore Giuseppe (Peppino) Fiori, che il 5 ottobre scrisse su “L’Unione Sarda” un articolo: “Un documento in possesso del nostro giornale. La strage di Guspini alle Assise di Cagliari”. Si trattava di una lettera di Saba, datata 24 marzo 1945, scritta su carta intestata del Pci e indirizzata al segretario comunista di Iglesias: “Caro compagno, mi è stato riferito che in codesta città risiede attualmente il segretario comunale Ghiani Antonio, ex squadrista antemarcia, sciarpa littorio. Questo losco individuo ha molti peccati sulla coscienza: a lui sono dovuti i numerosi arresti, persecuzioni, confino di molti compagni. Fra i quali il sottoscritto. Ti prego di sorvegliarlo attentamente e se si presenta l’occasione propizia di sistemarlo come merita. Saluti fraterni. Il segr. E. Saba”. La lettera fu immediatamente richiesta dal Tribunale e messa agli atti del processo.

Il 13 ottobre, la Corte condannò Mannai, Saba e Fanari all’ergastolo, pena commutata in trent’anni per effetto del decreto sull’amnistia per reati politici del 9 febbraio 1948. Il Pci, comunque, non la prese bene: il 16 ottobre, nel corso di un comizio nella piazza di Carbonia, l’onorevole Dessanay arringò la folla asserendo che la condanna del sindaco di Guspini fosse frutto di una macchinazione del Governo e della Polizia. Mal gliene incorse. Il commissario della Polizia stradale di Carbonia sciolse d’autorità il comizio. Il commissario era Giovanni Pirrone, ex questore di Sondrio, comandante di una Brigata nera durante la Rsi, condannato a trent’anni per ‘collaborazionismo’, poi assolto, riammesso in servizio e spedito a Carbonia. Così andavano le cose nei primi anni della Repubblica italiana, nata dalla resistenza.

 (admaioramedia.it)



« Indietro