NOTE E RIFLESSIONI ATTORNO ALLA POESIA "LA BEFANA" DI G. PASCOLI (Barbara Spadini)

LETTERATURA ITALIANA

29 Settembre 2019


La Befana

 

Giovanni Pascoli

Viene viene la Befana
vien dai monti a notte fonda.
Come è stanca! La circonda
neve, gelo e tramontana.
Viene viene la Befana.

Ha le mani al petto in croce,
e la neve è il suo mantello
ed il gelo il suo pannello
ed il vento la sua voce.
Ha le mani al petto in croce.

E s’accosta piano piano
alla villa, al casolare,
a guardare, ad ascoltare
or più presso, or più lontano.
Piano, piano, piano, piano.

Chi c’è dentro questa villa?
Uno stropiccìo leggero.
Tutto è cheto, tutto è nero.
Un lumino passa e brilla.
Chi c’è dentro questa villa?

Guarda e guarda… Tre lettini
con tre bimbi a nanna, buoni.
guarda e guarda… Ai capitoni
c’è tre calze lunghe e fini.
Oh! Tre calze e tre lettini…

Il lumino brilla e scende,
e ne scricchiolano le scale;
il lumino brilla e sale,
e ne palpitano le tende.
Chi mai sale? Chi mai scende?

Co’ suoi doni mamma è scesa,
sale con il suo sorriso.
Il lumino le arde in viso
come lampada di chiesa.
Co’ suoi doni mamma è scesa.

La Befana alla finestra
sente e vede, e s’allontana.
Passa con la tramontana,
passa per la via maestra:
trema ogni uscio, ogni finestra.

E che c’è nel casolare?
Un sospiro lungo e fioco.
Qualche lucciola di fuoco
brilla ancor nel focolare.
Ma che c’è nel casolare?

Guarda e guarda… Tre strapunti
con tre bimbi a nanna, buoni.
Tra la cenere e i carboni
c’è tre zoccoli consunti.
Oh! tre scarpe e tre strapunti…

E la mamma veglia e fila
sospirando e singhiozzando,
e rimira a quando a quando
oh! quei tre zoccoli in fila…
Veglia e piange, piange e fila.

La Befana vede e sente;
fugge al monte, ch’è l’aurora.
Quella mamma piange ancora
su quei bimbi senza niente.
La Befana vede e sente.

La Befana va sul monte.
Ciò che vede e ciò che vide:
c’è chi piange e c’è chi ride;
essa ha nuvoli alla fronte,
mentre sta sul bianco monte.

Note attorno al testo 

(Barbara Spadini)

 

La Befana di Giovanni Pascoli non è una filastrocca per i bambini che attendono la Vecchia signora del 6 gennaio nelle loro case, dove calze vuote vengono ricolmate di dolciumi e balocchi, se si è stati bravi, buoni e pazienti. No, no davvero: questa poesia- tra le mie predilette, che leggo e rileggo non solo a Natale, leggo in classe ai miei alunni, recito a mente fra me e me nei miei “esercizi anti senilità”, come li chiamo, pensando che una memoria allenata possa resistere all’invecchiamento dei neuroni, il che forse è una mia ingenua illusione- evoca invece diversi modi di essere nella società di ieri e di oggi, che pare non siano cambiati affatto. Tra questa poesia e noi sono passate due guerre mondiali, non so quanti presidenti della repubblica in Italia ed altrove nel mondo, tantissime forme di governo e di politiche sociali, è arrivato il globalismo, il relativismo, l’Europa unita, la democrazia, ma…nulla è cambiato, neppure la Befana.

La Signora del gelo sulla sua scopa prende atto che nulla è cambiato, ieri come oggi, che ciò che vede è ciò che vide, in ogni tempo: c’è chi ha tutto e chi non ha nulla. Può forse mutare le sorti umane, Lei, quasi uno spirito errante, evocata dalla fantasia dei bambini, un po’ donna e un po’ strega, un po’ fantasma e un po’ leggenda? Può con un colpo di scopa regalare a tutti un briciolo di serenità spirituale e materiale? No, non può. Non può e lo sa bene, perché vede e sente, soffre anche forse, bofonchia ed impreca contro l’incorreggibile egoismo umano camuffato da severe leggi in favore dei ceti meno abbienti, o dalla triste ipocrisia del benessere per tutti che si vive a Natale, tra le luci dei negozi sempre aperti e sembra a tutti, ove tutte le persone sembrano essere coinvolte in un consumismo sfrenatissimo, alla rincorsa all’ultimo regalo.

La tragedia di una mamma che piange sulla calza vuota è quella del realismo più crudele: non è servito che anche i suoi bambini siano stati buoni, bravi e pazienti tutto l’anno. Non avranno nulla perché la bontà, la bravura e la pazienza non comprano nulla, non acquistano dolci e giocattoli, ed è questo il dramma della madre, il dramma valoriale  che la poesia vuole indicarci….sono i soldi che hanno il potere di strappare un sorriso ai bimbi, sono i soldi che paradossalmente hanno creato Babbo Natale, la Befana, Santa Lucia…che non arrivano per tutti, quindi, ma solo da chi può….e allora? Perché essere bravi, buoni e pazienti? Perché illudersi che queste qualità umane facciano la differenza, perché invece non parlare chiaro ai bambini, crudelmente…nessuno ti regala nulla senza nulla, imparalo e imparalo presto…sgomita nella vita, apriti la tua strada con prepotenza perché nessun miracolo, nessuna Befana vien di notte a riempirti la calza.

Qualcuno aveva provato, in Italia, ad istituire la festa della Befana per tutti i bambini, ricchi e poveri, Pascoli non ha fatto in tempo a saperlo, ma è stato poi appeso a testa in giù a piazzale Loreto, non fosse mai che volesse eliminare le distanze sociali, non fosse mai che avesse visto che prendersi cura dei poveretti volesse dire eliminare le competizioni economiche fra individui, ceti, caste.

La Befana ha nuvoli alla fronte, mentre sta sul bianco monte: sono i suoi pensieri, forse, che si materializzano nella condensa del suo respiro al gelo?

Cosa resterà della Befana e della felice attesa dei bambini, quando la società della poli cultura avrà dimenticato le tradizioni?O quando la società depauperata dal collasso economico alle porte, dove i ricchi saranno sempre più ricchi ed i ceti medi diventeranno i poveri di ieri, non avrà più da riempire calze a nessun bambino? Nascerà forse la Befana per pochi?O morirà la tradizione, di fronte a pochi bimbi che tutto avranno da subito, mentre gli altri non avranno più nemmeno il ricordo delle loro origini tradizionali e religiose? L’attualità sconcertante di questa poesia lascia ancora molte riflessioni sospese ma soprattutto il desiderio di leggerla per la potenza evocativa che essa mantiene, grazie ad uno stile poetico insuperato, che crea una suspence incredibile, fra i cigolli delle scale, i fruscii dei tendaggi, i crepitii del fuoco nei camini e il vento leggero e freddo che attraversa ogni singolo verso.

Questa poesia meravigliosa ed impregnata di calde atmosfere di attesa e sorpresa come le braci del camino, ma anche di crudele realismo come il vento del Nord che raggela il cuore, sorprende ancora, ci fa commuovere, ci fa pensare: la propongo ai lettori come un’ulteriore perla da scoprire, nel panorama vastissimo e multiforme delle meraviglie letterarie nostrane.     

 

 



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