LA QUESTIONE DELLE ORIGINI- SECONDA PARTE (Fabio Calabrese)

PENSIERO

29 Settembre 2019


La questione delle origini, seconda parte

 

(Fabio Calabrese)

Riprendiamo in mano il nostro discorso. Come abbiamo visto, la questione delle origini, sapere da dove veniamo per capire chi siamo, è tutt'altro che politicamente neutra. Le interpretazioni della “scienza ufficiale” al riguardo, invece di riflettere i dati di fatto – l'abbiamo visto – rispondono all'esigenza di imporre una visione del mondo viziata da presupposti ideologici e regolarmente volta contro di noi in quanto caucasici, europei, italiani, come lenitivo per farci subire la sostituzione etnica. Abbiamo visto i primi due livelli di essa: l'origine della nostra specie, homo sapiens che ci viene dato a intendere sia nata in Africa poche decine di migliaia di anni, la cosiddetta teoria dell'Out of Africa, inventata apposta per negare l'esistenza delle razze umane, e poi l'altrettanto cosiddetta teoria nostratica che vorrebbe i popoli indoeuropei discendenti da agricoltori di origine mediorientale, un ramo della stessa famiglia che comprenderebbe camiti e semiti: anche questa allo scopo non solo di minimizzare la differenza fra mondo indoeuropeo e mondo semitico, ma, togliendo di mano ai nostri antenati l'ascia da combattimento per sostituirla con la zappa del contadino, di disarmare psicologicamente noi. Abbiamo visto che entrambe queste due interpretazioni sono delle mistificazioni che non reggono il confronto con i dati di fatto. Vediamo ora i due livelli successivi, ossia l'origine della nostra civiltà e cosa che ci riguarda in modo specifico, quella del popolo italiano che il potere per bocca del sistema mediatico (si veda per tutti quello squallido corifeo di Alberto Angela) ci viene a raccontare essere già oggi quell'accozzaglia multietnica che intende farci diventare. La storia delle origini della civiltà che ci viene raccontata in tutte le sedi, dai testi scolastici dalle elementari all'università, nei programmi divulgativi, in una caterva di libri, è sempre la stessa: essa sarebbe nata in Medio Oriente, nella cosiddetta Mezzaluna Fertile tra Egitto e Mesopotamia, e sarebbe arrivata in Europa relativamente tardi attraverso un complesso passaparola che coinvolge Egizi, Assiri, Babilonesi, Fenici, Ebrei (ovviamente), Minoici, Persiani e infine Greci e Romani. Bene, questa concezione che ci viene così insistentemente tramandata delle origini della civiltà, è falsa, e non lo si sa da ora.  Leggete quanto scrive uno dei più insigni archeologi contemporanei, il britannico Colin Renfrew, nominato per i suoi meriti scientifici barone di Khaistorm:

Molti di noi erano convinti che le piramidi d'Egitto fossero i più antichi monumenti del mondo costruiti in pietra, e che i primi templi fossero stati innalzati dall'uomo nel Vicino Oriente, nella fertile regione mesopotamica. Si riteneva anche che là, nella culla delle più antiche civiltà, fosse stata inventata la metallurgia e che, successivamente, le tecnologie per la lavorazione del rame e del bronzo, dell'architettura monumentale e di altre ancora, fossero state acquisite dalle popolazioni più arretrate delle aree circostanti, per poi diffondersi a gran parte dell'Europa e del resto del mondo antico (...) .

Fu quindi un'enorme sorpresa quando ci si rese conto che tutta questa costruzione era errata. Le tombe a camera megalitiche dell'Europa occidentale sono ora considerate più antiche delle piramidi e sono questi, in effetti, i più antichi monumenti in pietra del mondo, sì che una loro origine nella regione mediterranea orientale è ormai improponibile (...) Sembra, inoltre, che in Inghilterra Stonehenge fosse completata e la ricca età del Bronzo locale fosse ben attestata, prima che in Grecia avesse inizio la civiltà micenea (...) Le nuove datazioni ci rivelano quanto abbiamo sottovalutato questi creativi “barbari” dell'Europa preistorica, i quali in realtà innalzavano monumenti in pietra, fondevano il rame, creavano osservatori solari, e facevano altre cose ingegnose senza alcun aiuto dal Mediterraneo orientale (...) Si verifica tutta una serie di rovesciamenti allarmanti nelle relazioni cronologiche. Le tombe megalitiche dell'Europa occidentale diventano ora più antiche delle piramidi (...) e, in Inghilterra, la struttura definitiva di Stonehenge, che si riteneva fosse stata ispirata da maestranze micenee, fu completata molto prima dell'inizio della civiltà micenea (...) Quell'intero edificio costruito con cura, comincia a crollare, e le linee di base dei principali manuali di storia devono essere cambiate”.

Bisogna notare che il saggio in cui compare questo brano, Before Civilization, è del 1973 e da allora di acqua sotto i ponti ne è passata un bel po', tuttavia della rivoluzione che il radiocarbonio e la dendrocronologia avrebbero dovuto attuare nel nostro modo di concepire le origini della civiltà, non si è ancora vista traccia. Qui abbiamo la possibilità di cogliere il modo di operare della democrazia e del suo sistema di finte libertà: la ricerca scientifica non può essere bandita ma, attraverso il controllo del sistema mediatico, si fa in modo che le conoscenze “sgradite” rimangano confinate a una ristretta cerchia di specialisti e non arrivino al grosso pubblico.

Per quanto riguarda i monumenti megalitici, non solo Stonehenge in Gran Bretagna, ma anche la bellissima tomba di Newgrange in Irlanda, l'edificio più antico giunto intatto fino a noi, più vecchio di un millennio delle piramidi egizie, Carnac in Francia, i complessi di Externsteine e Gosek in Germania, in Italia i complessi nuragici sardi, fra cui la vera e propria “città preistorica” di Barumini, e i templi megalitici dell'isola di Malta, essi non sembrano dire proprio nulla all'archeologia ufficiale, quella che influenza il sistema scolastico e mediatico, a quegli stessi archeologi che sono pronti ad annunciarci la scoperta di “una nuova civiltà” tutte le volte che in Medio Oriente si rinvengono due paraventi di canniccio e quattro cocci di vaso.

Ora però noi capiamo bene che strutture complesse come quella di Stonehenge, che testimoniano anche una conoscenza astronomica raffinata, non possono spuntare così dal nulla, ma devono essere il prodotto di una società evoluta, dove esistono classi di lavoratori specializzati, dove vi sono risorse che possono essere destinate a scopi diversi dall'immediata sopravvivenza.

Due elementi suggeriscono fortemente che la scoperta dell'agricoltura e quindi la creazione di società stanziali, possano essere avvenute in Europa e non in Medio Oriente: la priorità europea nell'allevamento dei bovini e quella nella scoperta dei metalli.

Per quanto riguarda l'allevamento dei bovini, la prova più evidente è di tipo genetico, la tolleranza al lattosio in età adulta, che è certamente frutto dell'adattamento darwiniano all'utilizzo della risorsa alimentare rappresentata dal latte vaccino. Oltre che nell'America settentrionale colonizzata da genti prevalentemente nord-europee nell'ultimo mezzo millennio, essa è massima nell'Europa centro-settentrionale tra la Scandinavia e l'arco alpino, per poi decrescere fino a sparire man mano che ci si sposta verso l'est e il sud. L'uro, l'antenato selvatico dei bovini domestici, era un animale europeo, l'ultimo esemplare conosciuto è morto in Polonia nel XVII secolo, ma si trattava di un animale ben noto agli Europei del Medio Evo: ha dato ad esempio il nome al cantone svizzero di Uri, che ha come stemma la testa di uno di questi animali.

La correlazione tra agricoltura e metalli richiede un discorso più complesso. Sebbene lo strumento di pietra possa farci pensare a qualcosa di rozzo, la produzione di strumenti litici del paleolitico superiore, non solo era pienamente adeguata alle esigenze delle popolazioni di cacciatori-raccoglitori, ma aveva raggiunto livelli di notevole raffinatezza, basti pensare alle belle bifacciali magdaleniane, vere “trine di pietra”, sono state definite, o alle elaborate punte di lancia e di freccia della cultura americana Folsom.

Il mesolitico è caratterizzato dalla produzione di piccoli dentelli di pietra che hanno a lungo sconcertato gli archeologi: immanicata su di un ramo curvo, una fila di questi dentelli formava una falce semplice ma efficiente. L'ascia in pietra levigata che caratterizza il neolitico, non è un'evoluzione dell'ascia in pietra scheggiata paleolitica, ma uno strumento diverso, che serve per abbattere alberi. La transizione dal mesolitico al neolitico segna il momento in cui le popolazioni ormai agricole non si accontentano più di coltivare cereali nelle praterie e nelle radure, ma si fanno spazio abbattendo le foreste.

Pensiamo un attimo agli inconvenienti dello strumento di metallo rispetto a quello di pietra: richiede un materiale difficile da reperire e una lavorazione complessa con la produzione di elevate temperature, è più fragile, perde il filo, si ossida. E allora perché è stato adottato? Probabilmente, la creazione di un crogiolo, di uno stampo dove fondere un attrezzo metallico, richiedeva a un artigiano molto più tempo della realizzazione di uno strumento di pietra, ma una volta fatto, il crogiolo poteva essere riutilizzato all'infinito. In altre parole, l'adozione degli attrezzi metallici ci dimostra la presenza di comunità agricole in espansione, per le quali la produzione di attrezzi litici non è più sufficiente.

Bene, non ci sono dubbi sul fatto che la scoperta dei metalli sia un'innovazione europea: la più antica miniera conosciuta si trova a Rudna Glava nella ex Jugoslavia, e il più antico attrezzo metallico conosciuto è l'ascia di rame dell'uomo del Similaun, più vecchia di almeno cinque secoli del più antico analogo strumento mediorientale noto.

Parliamo di un'altra invenzione fondamentale, quella che ha segnato il passaggio dalla preistoria alla storia: la scrittura. Le scritture si distinguono in alfabetiche e non alfabetiche: queste ultime sono ideografiche (un segno rappresenta un'idea, un concetto) o sillabiche, o un misto tra le due cose, come lo sono ad esempio i geroglifici egizi. L'inconveniente di questo tipo di scritture, che sono le più arcaiche, è evidente: invece della ventina di segni di un alfabeto, occorre la conoscenza di centinaia di essi per scrivere qualcosa.

L'invenzione dell'alfabeto è comunemente attribuita ai Fenici, ma questi ultimi non fecero altro che semplificare la scrittura demotica egizia (una sorta di “versione stenografica” dei geroglifici) eliminando del tutto le vocali, nell'alfabeto fenicio manca ancora del tutto l'idea della divisione della sillaba in vocale e consonante, e non è nemmeno presente lo spazio fra le parole. Prendete un qualsiasi testo, provate a eliminare tutte le vocali e gli spazi, e vedete quanto il testo vi resta comprensibile. Non stupisce che un testo scritto in un alfabeto derivato da quello fenicio sia interpretato da alcuni come un messaggio religioso, da altri (Mauro Biglino, tanto per fare un nome) come una storia di UFO.

La VERA invenzione dell'alfabeto, con la divisione della sillaba in vocale e consonante e l'introduzione dello spazio fra le parole, il sistema semplice e pratico che usiamo ancora oggi, fu opera dei Greci, non è mediorientale ma europea.

Ma torniamo alla fase precedente l'invenzione dell'alfabeto, alle scritture ideografiche-sillabiche, anche qui, “stranamente” l'Europa è arrivata prima. La più antica scrittura che si conosca, ancora non decifrata, ma ovviamente non ci si è sforzati molto in questa direzione, è quella della cultura del Danubio, rappresentata da una serie di ideogrammi riportati su tavolette, che sono più antichi di almeno un millennio dei più antichi pittogrammi sumerici conosciuti. Della scrittura della cultura danubiana, si è cominciato a parlare a livello un po' più ampio di quello di una ristretta cerchia di specialisti, ma la scoperta non è recente, risale al 1965, quando l'archeologo Nicolae Vlassa trovò alcune tavolette incise nel sito di Turda in Romania, ed è rimasta a lungo avvolta da un coverage nemmeno si trattasse di segreti nucleari. Chissà perché, forse perché il sistema di potere che controlla i media non gradisce qualsiasi cosa possa rafforzare l'autostima degli Europei e indurli a resistere alla sostituzione etnica?

Parliamo di altre invenzioni più recenti, quelle che hanno per così dire introdotto l'età moderna: la bussola, la stampa, la polvere da sparo. Queste invenzioni sono perlopiù attribuite ai Cinesi (siamo sempre molto generosi con chi non è europeo), ma se andiamo a considerare le cose da vicino, ci appaiono un po' diverse da come di solito si raccontano. Prendiamo ad esempio la bussola: le bussole cinesi erano così poco efficienti da essere praticamente inutilizzabili, consistevano in un ago magnetico fissato su un pezzo di sughero che galleggiava in una bacinella d'acqua. L'idea di incernierare l'ago magnetico su un perno che permise di avere delle bussole realmente utilizzabili, venne – guarda un po' – ai marinai italiani.

Il discorso riguardo alla stampa e alla polvere da sparo è analogo, perché i Cinesi non realizzarono che timbri inchiostrati, e su questa via non si sarebbe proceduti molto avanti senza l'invenzione dei caratteri mobili di Johannes Gutenberg. I Cinesi con la polvere da sparo ci fecero solo fuochi d'artificio e petardi. Le armi da fuoco e l'esplosivo da miniera sono invenzioni europee.

La bussola, la stampa (presto applicata alle carte nautiche), le armi da fuoco, unite all'altra grande invenzione europea della fine dell'Età di Mezzo, la nave munita di timone posteriore e sponde rialzate in grado di affrontare l'alto oceano, sono gli strumenti che hanno consentito all'Europa l'egemonia sull'intero pianeta dal XVI secolo alle due guerre mondiali.

Il quarto punto della nostra questione è quello che ci riguarda più da vicino. La menzogna ufficiale in proposito vorrebbe darci a intendere che l'Italia e gli Italiani siano uniti da una ben definita struttura geografica e da un certo collante culturale, ma da nessuna coerenza etnico-genetica. Il sottinteso mica tanto occulto, è che, stando così le cose, l'immigrazione-invasione di cui oggi siamo oggetto, la sostituzione etnica non cambierebbe un gran che, anzi, poiché si vuole attribuire l'eccellenza che gli Italiani hanno sempre manifestato in campo culturale e artistico al loro presunto carattere ibrido, essa in definitiva potrebbe perfino avere effetti benefici. Questa totale e smaccata falsità ce la sentiamo ripetere un po' da tutte le parti, essa è stata ad esempio più volte ripetuta nelle trasmissioni televisive da quel “divulgatore scientifico”, in realtà scagnozzo del sistema mediatico e di potere, che è Alberto Angela.

Essa fa leva su di un atteggiamento abbastanza diffuso: oggi molti di noi vorrebbero essere padani, celti, longobardi, mitteleuropei, etruschi, Magni Greci, bi-siculi (delle Due Sicilie), tutto meno che italiani, perché dello stato italiano, di questa Italia democratica proviamo un profondo senso di nausea, ma dobbiamo capire che non è di essere italiani che ci dobbiamo vergognare, è la repubblica democratica e antifascista che non merita da parte nostra altro che disgusto e schifo.

Si vuole far risalire il presunto carattere geneticamente misto degli Italiani alla lunga serie di invasioni e dominazioni straniere che abbiamo subito nei secoli. In realtà le influenze che queste hanno avuto sul nostro patrimonio genetico sono estremamente scarse: quella longobarda, ad esempio, che fu una delle più massicce, non fu rappresentata da più di 100.000 persone. Oggi si insiste molto sull'invasione araba della Sicilia, nel tentativo di attribuire un carattere levantino, stranamente non solo ai Siciliani, ma a tutto il nostro meridione fino alle porte di Roma. E' una mistificazione in totale contrasto con la realtà storica. I coloni nordafricani arrivati sull'isola in seguito alla conquista araba, se ne andarono dopo la riconquista normanna, al punto che dovettero essere rimpiazzati con manodopera perlopiù proveniente dall'alta Italia.

Nel 2016 su “Ereticamente” è apparso un bell'articolo di Paolo Sizzi che fa il punto sulle più recenti ricerche genetiche condotte sugli Italiani. Ve ne riporto uno stralcio:

Se ne sentono di ogni tipo sul nostro Mezzogiorno, a livello etnico, ma il fantomatico meticciamento con genti levantine e nordafricane non sussiste: la verità è che l’Italia tutta costituisce una realtà peculiare nel panorama europeo, tanto che appare smarcata parzialmente dal resto del Continente; le Alpi a nord e i mari tutt’intorno hanno fatto sì che gli Italiani assurgessero a popolazione originale anche in senso genetico (...).

Le Alpi hanno ovviamente frenato la germanizzazione (ma anche i Galli storici dei Romani), così come i mari (e l’endogamia) hanno preservato l’Italia peninsulare da incursioni e colonizzazioni esterne, se non a livello decisamente limitato (...).Dico questo perché sulla Rete circolano diverse storielle, diffuse anche da sedicenti esperti di genetica (amatori, dilettanti o principianti, non scienziati si capisce), dove gli Italiani meridionali vengono dipinti come pesantemente arabizzati o berberizzati e con una forte mistura levantina recente dovuta anche agli Ebrei. Favole. (...).

D’altro canto anche il Nord e il Centro d’Italia non hanno subito germanizzazioni o slavizzazioni di un certo peso, tanto che gli idiomi sono romanzi e anche etnicamente popoli come Toscani e Lombardi conservano sostanzialmente l’aspetto formatosi in epoca preromana. In altre parole, non esiste alcun Mezzogiorno arabo-nordafricano-levantino così come non esiste un Centro-Nord celto-germanico-nordico: esistono ben note influenze che vanno però alquanto ridimensionate e che, spesso, sono più culturali che biologiche (...).

Per quanto la romanizzazione non abbia unito l’Italia anche da un punto di vista genetico ed etnico, essendo stata un fenomeno più che altro politico, militare e culturale le caratteristiche salienti del genoma italico affondano le proprie radici nelle origini preromane d’Italia e né i Germani a nord né tanto meno gli Arabi (che poi erano perlopiù Berberi) a sud hanno alterato in maniera tangibile il retaggio biologico della nostra popolazione”.

La verità è questa, e noi dobbiamo esserne consapevoli, ed essere consapevoli del fatto che abbiamo un grande patrimonio da preservare a tutti i costi dalla minaccia dell'invasione allogena e della sostituzione etnica, un patrimonio che è storico e culturale, ma anche – e prima di tutto – genetico.



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