CALUNNIATO E' FOSCOLO, NON L'UPUPA ( di Davide Mattellini)

LETTERATURA ITALIANA

13 Novembre 2016


Calunniato è Foscolo, non l’upupa

 

(Davide Mattellini)

 

«Upupa, ilare uccello calunniato / dai poeti...». È questo il notissimo motivo della riabilitazione montaliana (Ossi di seppia, 1927) nei  confronti  dell’«aligero  folletto»  che  una  tradizione  letteraria “diffamatoria” ha  spesso  e  volutamente  castigato  senza  ragione.

La storia è antichissima. Parte da Plinio e da Varrone, che riconducono il lugubre nome (upupa epops) al verso cupo: pu, pu! Di lí  il  travaso  ingiurioso  nell’èra  volgare.  Dapprima  nel Tesoretto  di messer Brunetto Latini («è un uccello con cresta in capo e vivono [sic] di cose putride e laide; e però è il loro fiato puzzolente molto» — V, 28); quindi, con una quasi condanna morale per delazione, nell’Incredulo senza scuse del padre Segneri («cosí l’Upupa, ravvisando la volpe ascosa tra l’erbe, con inusitate, e con importu-ne strida l’addita a i cani» — I, 13, 4). Condanna, quest’ultima, sospesa solo dal fatto che si tratti di «testimonianza che rendono di Dio gli animali, da lui addottrinati a combattere e a curarsi» (tale il titolo del capitolo). Nessuna concessione invece da un altrettanto noto passo di Parini, che sembra avere fatto scuola a molti:

 Terribil ombra [di notte] 

giganteggiando si vedea salire 

su per le case e su per l’alte torri 

di teschi antiqui seminate al piede: 

e upupe e gufi e mostri avversi al sole 

svolazzavan per essa, e con ferali 

stridi portavan miserandi augurî. 

              (Giorno, IV, Notte, vv. 10-6). 

 Sono questi i famosi versi che, a detta della critica, avrebbero ispirato il noto passo foscoliano dei Sepolcri (vv. 81-6), alimentando il presupposto di un clamoroso errore ornitologico: quello di considerare l’upupa un uccello notturno, anziché diurno, quale in effetti essa è. E che stilemi pariniani abbondino nei Sepolcri è fuori di dubbio. Dubbio è semmai che in Foscolo persistesse la convinzione della vitalità notturna dell’upupa; ma per poterlo dichiarare liberamente occorre avere il coraggio di andare contro una tradi-zione esegetica ormai stratificata e consolidata.

Precedendo Montale sulla via della “riabilitazione”, dopo tanta “calunnia”,  Alfredo  Panzini  dichiarava  alla  voce  upupa  del  suo Dizionario moderno: «Grazioso uccellino con la cresta, calunniato fino a un certo punto dal Foscolo (Sepolcri). È diurno e non notturno, ma è puzzolento e poi fa un brutto verso: pu, pu! pu, pu, pu! da  cui  venne  il  nome».  Come  dire  che  la  “calunnia”  foscoliana (ma anche pariniana) consisterebbe solo nell’averne fatto un volatile della notte, mentre resta ferma la stroncatura già brunettiana dell’animale che vive di cose «putride e laide». 

Non ci siamo. Andiamo a rileggerci il passo del Foscolo, allargandolo  magari  di  un  po’,  e  partiamo  dallo  scorato  appello  alla musa Talía che, vedova ormai del suo Parini, invano cerca un sasso  che  distingua  le  sue  dalle  infinite  ossa  sparse  nella  lugubre campagna milanese: 

 

Forse tu fra plebei tumuli guardi 

vagolando, ove dorma il sacro capo 

del tuo Parini? A lui non ombre pose 

tra le sue mura la città, lasciva 

d’evirati cantori allettatrice, 

non pietra, non parola; e forse l’ossa 

col mozzo capo gl’insanguina il ladro 

che lasciò sul patibolo i delitti. 

Senti raspar fra le macerie e i bronchi 

la derelitta cagna ramingando 

su le fosse, e famelica ululando; 

 e uscir del teschio, ove fuggía la Luna, 

l’úpupa, e svolazzar su per le croci 

sparse per la funerea campagna, 

e l’immonda accusar col luttüoso 

singulto i rai di che son pie le stelle 

alle obblïate sepolture... 

(vv. 70-86).

 

Lo specimen ci può bastare per ricostruire il paesaggio ossianico, spettrale che il poeta ha in mente: quasi un quadretto di genere, se non vibrasse di una tale armonia da diventare unico nei secoli, e nei secoli dei secoli. Intanto sia merito dare a Cesare quel che è di Cesare.  E  qui  il  Cesare  non  è  Parini,  ma  un  grande poeta  latino come  Tibullo,  cui  senza  dubbio  il  Foscolo  dovette  la  piú  parte dell’ispirazione per la costruzione del passo sepolcrale. Non infatti dal Giorno pariniano, ma dalla 5ª elegia del primo libro tibulliano proviene l’anatema verso una mezzana che il poeta latino vorrebbe condannare  a  una  vita  randagia,  perseguitata  da  Furie  e  cagne  e gufi.  Identica  l’atmosfera  spettarle,  che  rileggiamo  nella  fedele versione di Francesco della Corte: 

 intorno le svolazzino le anime che lamentano il loro destino,

e sopra il tetto gridi sempre un gufo nefasto;

aizzata dai morsi della fame, cerchi tra i sepolcri le erbe 

e le ossa abbandonate dai lupi crudeli.

  (vv. 51-4)

 

L’accostamento non richiede ulteriori dimostrazioni. Ma laddove accada  ai  dotti  scoliasti  di  stendere  sapute  glossette  sull’icastica immagine foscoliana, senti ragliare gli orecchiuti Mida, senza poter sperare che un dio qualsiasi riservi loro il supplizio di Marsia.

Foscolo, in nota al carme, qualche noticella abbastanza utile di indirizzo l’aveva lasciata:  «Ho desunto questo modo  di poesia da’ Greci, i quali delle antiche tradizioni traevano sentenze  morali e politiche, presentandole non al sillogismo de’ lettori, ma alla fantasia e al cuore». Non è molto, ma può bastare. E con fantasia e cuore  commentò  la  nostra  upupetta  Enrico  Bianchi,  annotando: «Upupa: uccello che, secondo un’antica credenza, abita di preferenza nei cimiteri». 

Tanto fantasioso e cordiale fu invece il Leopardi che, inserendo stralci  dei  Sepolcri  nella  sua  Crestomazia  italiana  della  poesia preferí commuoversi e tacere, piuttosto che apporre inutili esposizioni. Non disse il falso, come avrebbe fatto il Bianchi inventandosi  una  tradizione  che  invece  non  c’è,  ma  nemmeno  cadde  nel ridicolo dei nostri piú moderni commentatori. 

Il contagio è generale, e perderne il piú equivarrebbe solo a evitare ripetizioni. Leggiamo in un’antologia scolastica: «Ove fuggía la Luna: in cui si riparava [l’upupa, ndr] a evitare la luce, anche quella della luna. L’upupa è qui ritenuta – erroneamente ma sulle tracce di un passo assai noto di Parini – un uccello notturno» (G. PETRONIO - A. MORANDO, Letteratura e società, vol. III, p. 102). 

E in un’altra, l’arguta parafrasi: «E vedi, o Musa, l’upupa che esce dal teschio ove si era rifugiata per fuggire il chiarore lunare e che  svolazza  per le  croci del  cimitero;  e cosí  senti  l’uccello  immondo (in quanto si nutre di cadaveri) quasi rimproverare, con il suo  verso  simile  a  un funesto  singhiozzo,  i  raggi  luminosi  con i quali  le  stelle  mostrano  pietà  verso  questi  morti  dimenticati.  In realtà l’upupa (e questo a riprova della letterarietà del passo: cfr. Parini, la Notte, v. 14) non è un uccello notturno, né si ciba di cadaveri, ma un vivace uccello diurno»... Segue la scontata citazione della “riabilitazione” montaliana (in C. SALINARI - C. RICCI, Storia della letteratura italiana, vol. III, p.te 1ª, p. 108).

E dopo due antologisti, due noti curatori, a titolo di esempio, ein  lode  della  proprietà  commutativa  dell’addizione  stolida:  cambiando l’ordine delle sciocchezze, il risultato non muta. Il primo addendo: «Ove fuggía la luna: nel quale [teschio, ndr] si era rifugiata  per  difendersi  dai  raggi  della  luna;  úpupa: considerata  dal Foscolo  uccello  notturno»  (Mario  Puppo).  Secondo  addendo: «L’upupa è posta (erroneamente) fra gli uccelli notturni dal Foscolo sulle tracce della Bibbia e del Parini; l’immonda è l’upupa, posta dalla Bibbia fra le “aves immundæ”» (Enzo Bottasso). Basta cosí, anche le parole cominciano a ripetersi. 

A  completare  il  quadro  critico  mancherebbero  solo  coloro  (e non sono pochi) che giudicarono l’upupa foscoliana un nome improprio ma acconcio, scelto coscientemente dal poeta, in ragione del suono lugubre, per  significare in realtà una civetta o un gufo o altro  rapace  notturno:  orecchie  sottilissime  di  chi  confonderebbe tranquillamente il flauto di Pan con un corno da postiglione. 

Come si può notare, da una «antica credenza» inesistente, ma inventata  a  bella  posta  dal  Bianchi  per  giustificare  un’upupa  di notte in un cimitero, si passa alla corpulenta filologia di chi compulsa  in  fretta  e  furia  persino  la  Bibbia.  Per  trovare  cosa?  Che l’upupa  rientra  nel  novero  delle  aves  immundae.  Da  qui  al  trasformarla in un avvoltoio divoratore di carogne il passo è breve. Eppure lo sanno anche i testimoni di Geova (non diremo i veterinarî) che la Bibbia definisce immondi tutti quegli animali che, se mangiati dall’uomo nei climi caldi, producono la tenia. Prima contro-deduzione.

Seconda  contro-deduzione:  dove  starebbe  scritto  nel  testo  dei Sepolcri che questa benedetta bestiola sarebbe un uccello notturno? Se è vero (ed è assolutamente vero) che alcuni stilemi foscoliani rimontano a un’elegia di Tibullo e a un passo del Parini, non meno innegabile è la dichiarazione del poeta che vede l’upupa  uscir del teschio ove fuggía la Luna. 

Ebbene, se le parole hanno per tutti lo stesso peso denotativo, come voleva De Saussure, che cosa vorrà mai dire fuggire la luna? È evidente: significa che per tutta la notte (il tempo della luna, non certo del sole!) l’upupa se ne stava riparata in un teschio. Chiaramente, per dormirci. Chi ha interpretato l’immagine di questo uccello «mangiatore di cadaveri», rifugiato nottetempo in un teschio per «difendersi» ulteriormente dai raggi lunari (pur essendo un uccello diurno, contro l’«errata convinzione» del Foscolo), una domandina dovrebbe pur porsela: perché un uccello «erroneamente» notturno deve temere di volare di notte se c’è la luna in cielo? Di cadaveri o meno, dovrà ben nutrirsi anche lui in qualche ora del giorno, o no? E quando mai potrebbe farlo allora, secondo questi benedetti  commentatori,  se  di  giorno  glielo  impedisce  l’«errata convinzione» del Foscolo (malamente assimilata dal Parini) che si tratti di un uccello notturno, e di notte invece glielo vieti l’assurda attribuzione,  tutt’altro  che  logica,  di  presunti  miso-selenitismi?

Diurno no, e notturno nemmeno? Non scherziamo, per favore. La poesia può essere fantasiosa, non assurda — specie quella di Ugo. E allora, dopo tante assurdità esegetiche, proviamo a liberarci dai preconcetti di quei corvacci che hanno gracchiato per duecento anni  nella  funerea  campagna  di  se  medesimi,  e  ricostruiamo  la scena, come l’immaginò il poeta. Questa è la notte foscoliana. Ugo non vede la musa in pianto sulla tomba del suo Parini, perché non vede nemmeno la tomba del suo Parini, sepolto là, in una fossa comune alla periferia di Milano, senza una lapide,  senza  un’epigrafe  che  lo  ricordi.  E  dov’è  quella musa? Forse anche lei si aggira in tanta desolazione? No, la realtà è diversa. Là, nella desolazione di quella campagna distesa fra erbacce e macerie, si scorge appena una cagna randagia che ulula per la fame. E per la fame scava, scava, sinché trova l’osso di qualche cadavere. La scena si ripete ogni notte. E non una sola, forse, ma diverse cagne scavano,  scavano...  Sicché  la  campagna  assume  le  sembianze di un macabro ossario: qui un femore, là un teschio (esattamente  come  ce  li  descrisse  Parini  «al  piede»  della sua  città  turrita)...  Proprio  mentre  la  cagna  si  avvicina  a una di queste reliquie, dall’orbita di un cranio, spaventatissima, se  ne esce  un’upupa. La bestiola, poveretta, non sa che le sue carni sono “immonde”, come dice la Bibbia, e forse non lo sa nemmeno quella cagna che potrebbe azzannarla. Cosí, si vede costretta a fuggire dal luogo in cui aveva trovato riparo per la notte (il tempo della luna, appunto),  e nella fuga, svolazzando in qua e in là, col suo verso cupo quanto il suo nome, sembra maledire quelle stelle che ad altre creature, anche inerti e romite, sono benigne ispiratrici di sonno; per lei, nemmeno abituata a vederle, ora soltanto oggetto di ansia e di paura.

 Beh, dov’è quell’upupa «erroneamente» notturna e divoratrice di cadaveri? Noi non la percepiamo, e vi è semmai da rimarcare solo la “correzione” apportata dal Foscolo all’equivoco impiego pariniano  delle upupe  «avverse  al  sole».  Avverso  a  quel  sole,  che sempre  risplende  «sulle  sciagure  umane»,  è  solo  lui,  il  poeta;  e questo stato d’animo lo si concretizza a ogni passo del carme in cui all’immagine del dí si accompagnano espressioni di sofferenza; viceversa, solo alla notte è riservato il beneficio dell’oblio. 

Tutt’al  piú, interpretando con  la fantasia e col cuore  (proprio come voleva il Foscolo), potremmo osservare che gli echi stilistici pariniani non a caso si accentuano proprio in questa visione notturna. Che sia un omaggio reso al poeta del Giorno? Indubbiamente sí. Troppo poco comunque per supportare un ulteriore azzardo immaginativo ben piú peregrino: il teschio da cui fuoriesce questa upupa  ormai  “riabilitata”  non  potrebbe  essere  proprio  quello  del caro  sacerdote?  Foscolo  non  lo  suggerisce  nemmeno,  cosí  come non suggerisce che l’upupa sia notturna. Le sciocchezze Ugo lasciava sempre che fossero altri a scriverle.  



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