RENZO DE FELICE E...IL TUTTO O NIENTE ( di Mario Michele Merlino)

I RACCONTI DEL MAGO ( del prof. Mario Michele Merlino)

13 Novembre 2016


Renzo De Felice e…il tutto o niente 

 

(Mario Michele Merlino)

Sarebbe ‘disonesto’ disconoscere i tanti meriti, innovativi nella ricerca storiografica, del professor Renzo De Felice. E da (ex) insegnante di storia e filosofia ancor più grave, pur consapevole come alligni nella categoria dei docenti inconsapevole ignoranza e disinformazione (qualcuno parlerebbe in modo critico essere effetti inesorabili del post-’68, della sua tracimazione ideologica e del voto politico a tutti. Io, fedele a Valle Giulia bastoni molotov occupazioni e bastonate, no). E ancor più grave il crescere copioso della mala pianta della menzogna e della mistificazione e dell’ottenebramento. Se Antonio Gramsci si permetteva affermare come ogni verità fosse rivoluzionaria, gli ideologi propagandisti, tramite cattedra e registro, possono rovesciare l’assunto ed elevare il voluto inganno a principio e metodo d’insegnamento… Oltre tutto è più semplice e comodo e rasserenante utilizzare qualche libello da Istituti storici della Resistenza che scoperchiare l’icona putrescente, sgomberarla d’ombre e di vermi, irradiarla con la luce e il calore di una altra ed alta Storia, ove vissero uomini e donne in camicia nera, comunità al servizio della Patria dell’Onore del Fascismo… A settanta anni dalla fine degli eventi legati al secondo conflitto, si sentono confortati dai decrepiti esempi di una commedia tutta italiana, direttamente nell’aula (altra commedia) di Montecitorio a cantare con la dentiera traballante e la gocciolante prostatite ‘Bella Ciao!’ e ascoltare l’ennesima esternazione da rozza e ignorante President (a) della Camera su come cancellare i segni sul marmo del passato, mentre quelli del presente crollano per cedimento strutturale e corruzione.                                                                                                     Da insegnante mi vanto – e lo dico a mente lucida (con tutta la vanità che mi pervade, va da sé!) – come mi sia sforzato difendere l’onestà intellettuale e, al contempo, non venire meno ai referenti culturali che sono la ‘mia’ storia di militante nella totalità dell’esistenza e di docente nella professione. Così ho portato nel liceo, ‘democratico’ e ‘rosso’ a dire degli pseudo-colleghi, i combattenti della RSI (primo fra tutti quel Mario Castellacci della GNR e autore della Canzone strafottente), ma alla Camera lo sgradevole incontro con il comunista Armando Cossutta o alla Consulta con l’avvocato Giuliano Vassalli. Quando si entrava sul terreno delle interpretazioni, mi facevo premura di chiarire che qui era il Merlino che si esprimeva e, quindi, pronto ad assumersi la responsabilità d’ogni eventuale critica. Ora, però, è tempo, dopo aver sparso le membra e il capo d’incenso e alloro alla mia persona, tornare alla premessa.                                                                                           Con Enzo Erra, dopo anni in cui egli si mostrava cauto nei miei confronti a causa delle note vicende legate alla strage di Piazza Fontana e ai vari processi (e non fu  il solo, del resto), si instaurò un clima di reciproca stima e, direi, di amicizia quando pubblicò Le radici del fascismo (ed. Settimo Sigillo, 1995). Egli ne volle dare atto, pubblicamente, perché ritenne che fossi fra quei pochi che avesse inteso come il suo libro fosse una risposta indiretta alle tesi sostenute da De Felice. E questo certo mi gratifica, anche se già da anni mi ero mosso nella medesima direzione. Scherzosamente, ma non troppo, ricordo d’aver scritto come, ormai, fosse l’ultimo a girare di notte, bomboletta spray in mano e rigorosamente nera, per decorare i muri con la scritta ‘viva il Duce!                                                                                                                                                             Cosa rimprovero al professor De Felice (il merito di aver sdoganato gli studi sul Fascismo, la sua ricchezza di documentazione, l’onestà intellettuale e morale, il coraggio civile di come seppe affrontare gli insulti e ogni forma possibile d’aggressione – perfino una molotov scagliata sul terrazzo di casa - la becera  isterica canea dei ‘custodi della memoria’ sono indiscutibili e a fondamento d’ogni ricercatore. Ad esempio, si prenda il suo testamento spirituale, Rosso e Nero, quando scrive quale premessa ineludibile: ‘Per sua natura lo storico non può che essere revisionista, dato che il suo lavoro prende le mosse da ciò che è stato acquisito dai suoi predecessori e tende ad approfondire, correggere, chiarire, la loro ricostruzione dei fatti’. Poi tante le intuizioni le rivelazioni gli accorgimenti e le rettifiche. Quella ‘lunga linea grigia’ che interrompeva l’idea tenacemente sostenuta dai comunisti – si pensi al titolo del libro di Luigi Longo Un popolo alla macchia – di far passare la Resistenza fenomeno di massa oppure il riconoscimento del volontarismo, noto quello della I Guerra Mondiale, sia durante le fasi del secondo conflitto sia dopo l’8 settembre.)?                                                           

In primo luogo intendere il Fascismo rivolta dei ceti medi, di quella piccola borghesia, compressa dal grande capitale e insofferente ad essere omologata alla classe operaia. Meglio sarebbe stato rilevare come quei medesimi ceti medi avevano generato gli ufficiali di prima linea nelle trincee del Carso sulle montagne del Trentino dove, a contatto con la truppa e le condizioni feroci del conflitto, s’erano formati quale ‘casta guerriera’, in cui per istinto erano nati codici d’onore e di ardimento, che nulla più avevano a che vedere con l’origine piccolo-borghese. Inoltre, dal soldato, figlio della terra e della fabbrica, avevano conosciuto il senso del duro lavoro e dell’emarginazione del popolo, la necessità di dare risposte concrete ai suoi bisogni, di trasformare le masse in cosciente Nazione. E’ un di più che, però, renderà il Fascismo, pur con tutte le contraddizioni e compromessi, un movimento nuovo al di là delle categorie, già allora obsolete, di destra e di sinistra, divenendo di fatto fenomeno europeo e non solo.                                                                                          Altro aspetto – quello caro ad Enzo Erra – il Fascismo trasformato in un contenitore vuoto, utilizzato da Mussolini secondo le necessità del momento e penalizzato a favore della burocrazia della amministrazione dello Stato, di origine liberale e monarchica, in quanto il Duce diffidava delle gerarchie originatesi dallo squadrismo, riottose alla normalizzazione, desiderose di spingersi sempre un passo avanti… Vero, forse e, comunque, solo in parte. Certo molte furono le speranze deluse, qualche illusione o inganno di troppo che determinarono disincanti e abbandoni – i ‘fascisti impazienti’ come li definì Giovanni Gentile -, soprattutto in aree dell’universo culturale e giovanile. Questo indica, però, che quel contenitore tutto fosse salvo che vuoto, anzi fin troppo articolato complesso fremente (Ruggero Zangrandi ricorda quanta vivacità di temi si dibattessero, ad esempio, sui giornali dei GUF, da dove sarebbe dovuta emergere la nuova classe dirigente del Fascismo). E figure quali Berto Ricci, i giovani della Scuola di Mistica fascista, Marcello Gallian e tanti altri meno conosciuti non furono certo animati da vaghe idee e scarso entusiasmo… La morte di alcuni di loro non fu un cercare una radicale via d’uscita alla delusione patita del sogno infranto, come adombra Buchignani nel suo saggio su Berto Ricci, semmai fu il coronamento di una vita spesa nella coerenza e che, tramite la guerra ed il sacrificio, avrebbe ridestato le virtù guerriere del popolo italiano.                                         

C’è un terzo elemento d’osservazione critica – e, qui, è quello che conta dopo il precedente mio intervento sempre su Ereticamente incentrato sul genetliaco del Fuehrer e in generale sulla Germania. Qualcuno s’è risentito, volendo scindere le vicende italiane dalle colpe (imperdonabili) del nazionalsocialismo. Insomma si è adeguato alla tesi di Renzo De Felice. Infatti lo storico s’è impegnato con reiterato e caparbio cipiglio, nel distinguere il Fascismo dal Nazismo, rilevando ogni possibile differenza e disaccordo e trascurando quali potessero essere le affinità (nel Mein Kampf Hitler annota il debito di riconoscenza e di continuità con la esperienza italiana, a cui volle restare fedele, nonostante i possibili ondeggiamenti a cui, purtroppo, non poco contribuì l’Italia fino al tradimento del Re e di Badoglio).                                                                                        

 Ho già scritto come De Felice sia l’ultimo degli innamorati di Mussolini, a cui per salvarne la reputazione e dare nuova e accettabile visibilità, simile ad una bella donna un po’ chiacchierata, bisogna sottrarre quanto non le si addice e ne compromette l’immagine. Così il Fascismo, termine onnivoro fino a definire tout-court il ‘male assoluto’, finisce per essere un giocattolo nelle mani del Duce, un balocco privo di valore, di cui si può fare bene a meno; così l’alleanza con la Germania diviene un errore perverso, un ottenebramento della mente, un generale decadimento perché nulla fra i due Regimi vi è di condivisibile. Ad esempio il Fascismo appartiene al filo rosso del giacobinismo europeo (e, qui, deve contraddirsi dandogli una storia delle idee e dei contenuti dei precursori); il Nazismo è, al contrario, una regressione alla barbarie, al Blut und Boden, la negazione della modernità, in forma esasperata e crudele (ed anche qui emerge la contraddizione: infatti, se si accetta l’olocausto quale pianificazione biologica e scientifica, se ne deve cogliere tutta l’implicazione con la tecnica e lo sviluppo delle scienze). Insomma con meno fascismo e niente nazismo, Mussolini viene riabilitato, almeno in parte ed è già tanto…                                                                                                                            

Ricordava Léon Degrelle come l’erroneo progetto egemonico tedesco, attraverso l’evolversi del conflitto, la creazione delle Waffen SS con volontari provenienti da tante parti d’Europa, si sarebbe dissolto da sé e le energie del combattente si sarebbero volte alla creazione del Nuovo Ordine, di quel Fascismo ‘immenso e rosso’ tanto suggestivo e poetico, come lo definiva Robert Brasillach, di quel ‘socialismo fascista’ tanto caro a Pierre Drieu la Rochelle. Questo il senso autentico, l’avvenire auspicato (con il filosofo Nicola Cusano verrebbe da dire come l’Europa, di cui oggi assistiamo ad un aborto succube delle banche, sarebbe potuta essere ‘il Dio degli opposti, l’opposizione senza opposizione’).                                                                                     Ben altro vi sarebbe da dire – e sotto forma propositiva -, come solo una Weltanschauung animò quanti si schierarono all’ombra del fascio e della croce uncinata e solo ‘una visione del mondo’ porta in sé lo spirito che non demorde e un progetto per il futuro… Beh, ci tornerò sopra. Intanto appartengo a coloro che non amano i distinguo ma, orrori ed errori compresi, accettano e vogliono ‘tutto o niente’…

 

 

 

 

 



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